“Per la transizione energetica servono tre elementi: buoni ingegneri, molti soldi, coesione sociale“, risponde così Emilio Fortunato Campana, direttore del dipartimento del Cnr che accorpa molte delle competenze legate alla transizione (come ICT, ingegneria e tecnologia per l’energia e i trasporti) , ad una intervista rilasciata su HuffPost lo scorso 22 dicembre.
La domanda dalla quale è scaturita tale risposta riguardava le tempistiche per l’abbandono dei combustibili fossili.
Domanda più che lecita visto che, nonostante ci siano delle scadenze imposte, quasi tutti i Paesi sembrano prenderle alla leggera.
Come ben sappiamo, soprattutto dopo la recente COP26, i grandi consumatori (e quindi grandi emissioni) come Cina, India, Russia, ecc., non sembrano allegramente disposti a rispettare scadenze troppo imminenti per loro. E anche se non ufficialmente, purtroppo, non sono i soli.
Per accelerare la transizione energetica, si dovrebbe portare questi Paesi nelle condizioni di abbracciare tale transizione e contribuire ad essa insieme a tutti gli altri. La coesione sociale parte anche da qui, dal sodalizio di tutto il mondo, visto che il clima riguarda tutti, nessuno escluso.
Creare il consenso per la transizione energetica
Vari studi condotti durante la pandemia, hanno riscontrato che nelle zone del pianeta con più alta densità di popolazione, e quindi più alti livelli di inquinamento, si andavano a registrare anche i maggiori casi di Covid-19. Il virus quindi, in qualche modo, ha sottolineato come esista la concreta necessità di modificare i nostri stili di vita, a partire dai luoghi di abitazione, dalle città.
Nonostante i cambiamenti legati alla transizione energetica ed ecologica abbiano un impatto positivo sul nostro stile di vita, sembra che non siano largamente condivisi dall’opinione pubblica. Snellire per esempio il traffico cittadino da auto a benzina e diesel favorendo il trasporto pubblico o lo sharing, permetterebbe di tagliare buona parte dell’inquinamento che attanaglia le nostre città, soprattutto le più grandi. Ma purtroppo la razionalità in questi casi non basta. Non a tutti certi dati oggettivi e razionali risultano così chiari e digeribili. Ecco perché, come sottolinea sempre il direttore Campana: “la coesione sociale è l’elemento più delicato della transizione energetica” – “serve un cambiamento delle abitudini capillare e uniforme verso la sostenibilità” – e ancora – “servono governi e organi riconosciuti come autorevoli e affidabili per creare la fiducia necessaria.”
La tecnologia per il consenso
La tecnologia è l’arma che abbiamo a nostra disposizione per creare consenso, per mettere tutti d’accordo sullo sforzo da perseguire, per permettere a tutti il passaggio a fonti rinnovabili senza intaccare di molto lo stile di vita raggiunto e quello sperato, in modo da accelerare verso la transizione. Ho affrontato questo argomento anche nell’articolo sull’idrogeno, puoi leggerlo qui.
Una delle risposte che può e deve dare la tecnologia riguarda senza dubbio lo studio e l’approvvigionamento di nuovi materiali: materiali che serviranno per le auto elettriche ad esempio o per l’accumulo di energia da fonti rinnovabili.
Questi materiali vengono chiamati “critici” poiché la domanda sta salendo vertiginosamente e l’approvvigionamento invece risulta più complicato e solo in determinate zone del mondo. Per questo, la tecnologia deve migliorare l’efficienza nell’estrazione e tendere ad azzerare l’impatto dell’uomo sull’ambiente, magari studiando soluzioni diverse e allentare così le tensioni geopolitiche che rischiano di crearsi.
Visti gli scarsi giacimenti di cui dispone l’Europa invece, il vecchio continente punta molto sull’economia circolare e il recupero di materiali da beni dismessi.
L’economia circolare però, punta molto sul cambiamento di abitudini, su comportamenti più virtuosi e sulla consapevolezza del legame che esiste tra uso, consumo e ambiente. Ed ecco perché, ancora una volta, il consenso verso la transizione energetica gioca un ruolo fondamentale.
Gli obiettivi della ricerca
Leggendo ancora le parole del direttore Campana, si intuisce come esistano diversi filoni di ricerca per la transizione energetica e come “ci sia ancora moltissimo da fare”.
I principali filoni di ricerca sottolineati dal Direttore sono quelli che riguardano: il miglioramento e l’economia delle tecniche di recupero dei materiali; il miglioramento e l’efficienza nell’uso di questi materiali; la scoperta di materiali alternativi e la diminuzione dell’impatto antropico.
L’Italia, grazie anche ai finanziamenti del PNRR, può e deve giocare un ruolo fondamentale, come sottolineato anche da altri esponenti della scena italiana, uno su tutti Marco Alverà. E’ prevista, tra le altre, l’istituzione di cinque centri nazionali: mobilità sostenibile, agritech, calcolo avanzato e intelligenza artificiale, terapia genica, biodiversità.
Oltre a questo, ci sono stanziati moltissimi finanziamenti di milioni di euro e sono stati raggiunti grandi partenariati.
Infine, il Direttore mette il focus sul punto cruciale: non sprecare questi fondi e concentrare gli sforzi su interventi mirati, di grandi dimensioni e di eccellente qualità, per riuscire a fare il salto tecnologico sperato.
Fonte: HuffPost
Per concludere, tra i miei articoli sulla transizione energetica, ti invito a leggere, oltre quello già citato “Idrogeno: la molecola della sostenibilità“, anche “Transizione energetica: competenze strategiche” che parla della partnership tra Snam, Eni e Cassa Depositi e Prestiti, oppure “MoU: Eni e Saipem fanno squadra contro la CO2” per la decarbonizzazione.
Spero che l’articolo ti sia piaciuto e che ci serva per altri spunti di riflessione e per creare, soprattutto, la tanto sperata coesione e consenso sociale. Puoi lasciare un commento qui sotto.
Ci leggiamo al prossimo articolo. Grazie per la lettura.

